Se leggo la nostra storia al contrario
Parla di come abbiamo rimesso insieme i pezzi dei nostri cuori,
E poi siamo stati felici finché un giorno
Non ci siamo completamente dimenticati uno dell'altra.
p.s. Questa è una storia breve, anzi minuscola, di Joseph Gordon-Levitt
p.p.s.: l'ho riportata in modo adunpassodallesserefedele...
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domenica 20 aprile 2014
giovedì 27 marzo 2014
Ll'ombra
Pure
quanno m’addormo te penzo
pecché
dormo liggiero liggiero
pe’
chissà te venesse ‘o penziero
‘e
te sosere e correre ccà.
L’ata
notte in’ ‘o mmeglio d’ ‘o suonno
cu
no zumpo me songo scetato:
me
truvavo cu ttico abbracciato.
Era
n’ombra… e che vuo’ cchiù durmì!
Ma
chell’ombre ca pàreno ‘o vero,
ca
se mòveno e fanno remmore,
ca
respirano e siente ‘o calore
‘e
nu sciato ca sciata pe’ tte,
ca
respirano e appannan’ ‘e llastre
ca
po’ restano overo appannàte.
Comme
a dinto ‘a nu cunto d’ ‘e ffate
tu
te ncante e te miette a parlà.
“Sei
venuta?” “E tu nun me vulive?”
“Neh,
guardate! Mò nun te vulevo!
Sulamente
ca nun ‘o ssapevo
ca
sarisse venuta addu me.”
“E…
te siente nu poco sperduto?”
“Nun
me sento nè nterra né ncielo”…
Tutto
nzieme è scennuto nu velo
e
te sento sultanto parlà.
“Damm’
‘a mano” e tu ‘a mano me daie,
e
restammo accussì dint’ ‘o scuro.
Cchiù
t’astregno cchiù songo sicuro
ca
stu velo cchiù fitto se fa.
“Isabè”,
ma tu non me rispunne.
“Isabella!”,
e nun sento cchiù ‘a voce,
ma
te sento cchiù viva e cchiù doce
quanno
ll’ombra t’ ‘a chiamme addu te.
Questa l'ha scritta Eduardo De Filippo.
A tutti i costi voleva essere presente su storieadunpassodallesserevere.
L'ho accontentato.
mercoledì 29 maggio 2013
Il dj del PD
Cosa pensa il dj quando migliaia di
piedi in trance ballano al suo ritmo?
Nascosto dietro una console sempre
troppo grande. La silhouette di una testa con grandi cuffie che si
muove a tempo. Le mani rapiscono ipnotiche gli sguardi. Passano
dischi, uno dopo l'altro. Sconosciuti. La riconoscibilità, nei rari casi in cui si presenta, è ridotta ai minimi termini da remixaggi che violentano tempi e
suoni.
Lentamente i piedi escono dalla
tranche. I passi sostituiscono i salti. Le birre rapiscono sguardi
più dei dischi. Solo resta una coppietta che si bacia al centro
della pista. All'ultimo pezzo sconosciuto si allontano anche loro,
continuando a baciarsi ad occhi chiusi.
Cosa pensa il dj quando ha di fronte
una pista vuota e migliaia di bicchieri che si svuotano parlando d'altro?
Penserebbe qualcosa se per un attimo, uno soltanto, alzasse lo sguardo.
Penserebbe qualcosa se per un attimo, uno soltanto, alzasse lo sguardo.
E invece imperterrito continua per la
sua strada. Sbagliata.
Come certi dirigenti del PD.
domenica 14 aprile 2013
Brava, ché non hai pianto
In seconda elementare mamma ottenne una supplenza di una settimana in classe mia. Io non lo sapevo e quando la vidi entrare in aula restai un po' interdetta. Pensavo d'essermi scordata la merenda. I libri no, perché quelli non me li avrebbe portati, peggio per me. Ma il cibo, quello sempre. Vive(va) nella certezza che sarei morta d'inedia fulminante saltando un pasto.
A testa alta, dietro la lavagna. La spiavo con la coda dell'occhio, mentre continuava a dettare agli altri. Speravo mi guardasse, per sollevarmi dal peso della figuraccia. Davanti a tutti. Niente. Mi liberò alla ricreazione (per mangiare, ovviamente).
Io stavo al primo banco, perché ero nana e ancora non s'erano accorti della miopia. Superato il primo momento d'alienazione da Inception, presi coraggio. Ne presi troppo.
Mamma iniziò a dettarci una poesia. Io, freneticamente eccitata per il potere riflesso che poteva derivarmi dall'essere temporanemante figlia della maestra, resistetti fino alla terza riga. Quindi mi alzai di botto e, con fare da bulla (ma pur sempre nana), dissi: "Mamma, è vero che alla ricreazione ci fai andare fuori?" In fondo ero anche stata altruista, promuovendo la vertenza sindacale di 25 settenni. Ma la mamma padrona non ne ne fu impressionata.
"Vai in castigo". "Eh???" "Non ci senti? Vai in castigo, cammina. Hai interrotto il dettato senza motivo. Hai disturbato. Dietro la lavagna" "Ma, mamma..." "Niente mamma. Sono la Maestra (sentii il peso della maiuscola come uno schiaffone)". I compagni stavano zitti. Forse s'aspettavano che difendessi ancora un po' il diritto del sangue. Ma io conoscevo gli occhi di mamma quando non voleva sentire ragioni.
A testa alta, dietro la lavagna. La spiavo con la coda dell'occhio, mentre continuava a dettare agli altri. Speravo mi guardasse, per sollevarmi dal peso della figuraccia. Davanti a tutti. Niente. Mi liberò alla ricreazione (per mangiare, ovviamente).
Tornai a casa con lei. "Maestra, grazie eh?" "Adesso non sono la Maestra. Sono mamma" "Vabbè, ma mi hai messo in castigo" "Hai disturbato" "Adesso mi prenderanno in giro" "Ti avrebbero preso più in giro se non ti avessi fatto nulla. E per tutto l'anno" "E non potevi mettermi la nota?" "Sì, certo. Per firmarla io. Ricordati che noi siamo tante persone, e se sbagli il momento, devi imparare a non farlo più". "...Ma la poesia? La devo studiare lo stesso?" "Certo. E devi pure ricopiarti la parte che non hai scritto" "per colpa tua" "No, per colpa tua. E comunque brava ché non hai pianto".
Ester
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